martedì 12 aprile 2011

La faccia oscura del progresso

Società mondiale del rischio significa un’epoca nella quale i lati oscuri del progresso determinano sempre più i contrasti sociali. Mentre prima ciò che non stava sotto gli occhi di tutti veniva negato, ora l’autominaccia diventa il movente della politica. I pericoli nucleari, il mutamento climatico, la crisi finanziaria, l’11 settembre, seguono in pieno il copione della Società del rischio, che ho scritto 25 anni fa, prima della catastrofe di Chernobyl.

A differenza dai precedenti rischi industriali, essi (1) non sono socialmente delimitabili né nello spazio né nel tempo, (2) non sono imputabili in base alle vigenti regole della causalità, della colpa, della responsabilità e (3) non possono essere compensati, né coperti da assicurazione. Dove le assicurazioni private negano la loro protezione - come nel caso dell’energia nucleare e della tecnologia genetica - viene sempre superato il confine tra i rischi calcolabili e i pericoli incalcolabili. Questi potenziali di pericolo vengono prodotti industrialmente, esternalizzati economicamente, individualizzati giuridicamente, legittimati tecnicamente e minimizzati politicamente. In altri termini, il sistema di regole del controllo "razionale" si rapporta ai potenziali di autodistruzione incombenti come un freno da bicicletta applicato a un aereo intercontinentale.

Ma Fukushima non si distingue forse da Chernobyl per il fatto che i terribili eventi giapponesi partono da una catastrofe naturale? La distruzione non è stata provocata da una decisione umana, ma dal terremoto e dallo tsunami.

La categoria di "catastrofe naturale" segnala che essa non è stata causata dagli uomini e quindi la sua responsabilità non può essere attribuita agli uomini. Ma questo è il punto di vista di un secolo passato. Questo concetto è sbagliato già per il fatto che la natura non conosce catastrofi ma, semmai, drammatici processi di trasformazione. Questi cambiamenti, come uno tsunami o un terremoto, diventano catastrofi solo nell’orizzonte di riferimento della civiltà umana. La decisione di costruire centrali nucleari in zone a rischio sismico non è affatto un evento naturale, ma una scelta politica, che deve anche essere giustificata a livello politico di fronte alle pretese di sicurezza dei cittadini e deve essere attuata contro le opposizioni.

La risposta ai rischi moderni è l’idea dell’assicurazione come "tecnologia morale" (François Ewald). Non è più accettabile che ci si affidi alla divina provvidenza e si subiscano passivamente i colpi del destino. Il nostro rapporto con la natura, con il mondo e con Dio cambia in modo tale che diventiamo responsabili della nostra sventura, ma in linea di principio disponiamo dei mezzi per compensare le conseguenze da noi stessi innescate. Si tratta comunque del mito della "vita assicurata", che a partire dal 18° secolo ha trionfato in ogni ambito.

In effetti siamo riusciti a ottenere il consenso sui precedenti rischi dell’era industriale legandoli a una sorta di "prevenzione a posteriori" (vigili del fuoco, assicurazioni, assistenza psicologica e medica, ecc.). Lo shock che ha colpito la gente di fronte alle spaventose immagini provenienti dal Giappone consiste anche nel ridestarsi della consapevolezza che non c’è istituzione, né reale, né immaginabile, preparata al super-Gau, il "massimo incidente ipotizzabile in una centrale nucleare", e capace di garantire l’ordine sociale e le condizioni culturali e politiche anche nel caso di questo disastro dei disastri.

Invece, ci sono molti attori specializzati nell’unica opzione che appare possibile: la negazione dei pericoli. Infatti, al posto della sicurezza offerta dalla prevenzione a posteriori subentra il tabù della impossibilità di errore. Ogni Paese - in particolare, naturalmente, la Francia, e l’esperto atomico Sarkozy lo sa bene - ha le centrali nucleari più sicure del mondo! Custodi del tabù diventano la scienza e l’economia dell’energia nucleare, colte in flagrante proprio dagli eventi catastrofici che hanno attirato sui loro errori i riflettori dell’opinione pubblica mondiale.

Nel 1986 Franz-Joseph Strauß dichiarò che solo i reattori nucleari "comunisti" possono esplodere. Egli tentava così di circoscrivere eventi come Chernobyl, in base all’assunto che l’Occidente capitalistico superevoluto dispone di centrali nucleari sicure. Ora però siamo alle prese con l’avaria in Giappone, che viene considerato il Paese meglio attrezzato del mondo, quello dotato della tecnologia più sofisticata per garantire la sicurezza. La finzione per la quale in Occidente si può dormire tranquilli è svanita.

Che in Giappone le rimanenti speranze poggino proprio sull’intervento delle "forze di autodifesa" chiamate a sostituire con elicotteri antincendio gli impianti di raffreddamento in avaria, è qualcosa di più di un’ironia. Hiroshima fu terribile, l’orrore puro e semplice. Ma in quel caso fu il nemico a colpire. Cosa accade se un fatto così spaventoso avviene all’interno del sistema produttivo della società - non in un ambito militare? In questo caso, coloro che minacciano la nazione sono proprio i garanti del diritto, dell’ordine e della razionalità, della democrazia stessa. Quale politica industriale sarebbe più possibile se fosse negata anche la residua speranza del "vento" e Tokyo fosse contaminata? Quale crisi della tecnologia, della democrazia, della ragione, della società?

Molti deplorano che le impressionanti immagini provenienti dal Giappone incutano paure sbagliate e diano impulso ad una "pseudo-scienza" della compassione. In questo modo, però, essi disconoscono e sottovalutano ingenuamente la dinamica politica insita nel potenziale di autodistruzione del trionfante capitalismo industriale. Infatti, molti pericoli - un esempio da manuale: le radiazioni atomiche - sono invisibili, sfuggono alla percezione ordinaria. Ciò significa che la distruzione e la protesta son mediate simbolicamente. Solo constatando l’impercepibilità di molti pericoli grazie alle immagini televisive il cittadino culturalmente accecato può tornare a "vedere".

La questione di un soggetto rivoluzionario capace di rovesciare i rapporti di definizione della politica del rischio cade nel vuoto. Non sono - o non sono soltanto - i movimenti antinucleari, l’opinione pubblica critica, ecc. a poter dar luogo a un’inversione nella politica atomica. In ultima analisi, il contropotere rispetto all’energia nucleare non sono i manifestanti che bloccano il trasporto del materiale radioattivo. L’avversario più irriducibile dell’energia nucleare è… l’energia nucleare stessa!

Nelle immagini delle catastrofi categoricamente escluse dai manager si dissolve il mito della sicurezza. Quando ci si rende conto e si ha la prova che i custodi della razionalità e dell’ordine legalizzano e normalizzano i pericoli per la vita, si scatena il pandemonio nel milieu della sicurezza burocraticamente promessa. Perciò, non è sbagliato affermare che all’interrogativo sul soggetto politico della società di classe corrisponde l’interrogativo su questa "riflessività politica" nella società del rischio.

Tuttavia, sarebbe un errore trarre da ciò la conclusione che si sia aperta una nuova fase di illuminismo, beneficamente offertaci dalla storia. Al contrario, a qualcuno la prospettiva qui tracciata potrebbe suggerire il paragone con il tentativo di praticare un foro nello scafo di una nave per far uscire l’acqua del mare penetrata al suo interno.

di Ulrich Beck

lunedì 11 aprile 2011

Licenziate il soldatino Masi

In campagna elettorale, Berlusconi dovrà accontentarsi del 90% dell’informazione televisiva. A chiudere anche stavolta i talk show scomodi, come nelle regionali dell’anno scorso, non ce l’ha fatta. Ma non si è arreso. Anzi, la sconfitta lo ha incarognito ancora di più e dunque è meglio non illudersi. La partita per chiudere i programmi non allineati con la voce del regime non è per niente chiusa.
In Rai ci sono parecchi contratti importanti che devono ancora essere rinnovati. Passano i giorni e dai piani alti di viale Mazzini non arriva nessuna garanzia su quel rinnovo. Forse ci sarà, forse no. Vedremo.
Non ci sarebbe niente di strano in questo, se non fosse che i conduttori senza contratto sono quelli che portano all’azienda più telespettatori, e dunque più pubblicità e più soldi. Qualsiasi azienda farebbe carte false per tenerseli ben stretti. Ma alla Rai e purtroppo ormai in tutto il Paese è in vigore un’altra logica, che non guarda al merito o alla capacità e neppure al profitto ma solo ed esclusivamente all’obbedienza.
E’ in nome di questa logica che i palinsesti sono stati riempiti di programmi che nessuno vede, che costano molto e rendono pochissimo, ma che piacciono moltissimo agli obbedienti servitori che guidano la Rai perché fanno contento il presidente del Consiglio.
Ma lo ripeto, non bisogna illudersi. Non si accontenterà di averci inflitto i Ferrara, i Paragone e tra poco anche gli Sgarbi. Vuole che ci siano solo loro, al posto di Milena Gabanelli, Fabio Fazio, Giovanni Floris, Marco Travaglio…
Trovate un altro Paese e un’altra azienda pubblica che dopo un successo come quello di “Vieni via con me”, invece di premiare il dirigente che se l’è inventato e di mettere subito in cantiere il seguito, punisce quel dirigente e cerca di impedire che quel successo si ripeta. Cose così succedono solo qui, ma quando dico qui non penso purtroppo solo alla Rai. Magari. Invece è così in ogni campo: quel che va a vantaggio del Paese viene penalizzato ovunque e conta solo quel che va a vantaggio di una persona sola.
Per questo quelli che si chiedono da cosa dipende il declino dell’Italia facendo finta di non saperlo sono degli ipocriti. Lo sanno perfettamente da cosa e da chi dipende. Lo sappiamo tutti.

Premier star in Tribunale.

Silvio Berlusconi torna in Aula: dopo il processo Mediatrade è la volta di quello sui diritti tv Mediaset. Il premier, come anticipato dai suoi legali, è arrivato al palazzo di Giustizia di Milano verso le 9.52 tra gli applausi dei sostenitori assiepati all’esterno. Silvio Berlusconi è imputato con altre 10 persone, tra cui Fedele Confalonieri e il produttore americano Frank Agrama per presunte irregolarità nella compravendita dei diritti tv e cinematografici. Quella di oggi è un’udienza istruttoria, con l’esame di tre testimoni.

Una udienza che si preannuncia breve. Ma il vero spettacolo è fuori dal Tribunale dove circa 200 “supporter” del premier hanno organizzato (con in testa i vertici del Pdl) una vera e propria parata anti-pm all’urlo di “Silvio resisti” e “comunisti di m…”. Per loro è stato allestito un imponente servizio d’ordine.

Appena ha varcato la soglia dell’aula della Prima corte d’Assise d’appello, il presidente del Consiglio ha rilasciato alcune dichiarazioni ai cronisti: “Contro di me accuse completamente inventate”. E a chi gli chiede quale sarebbe il suo atteggiamento in caso di condanna, Berlusconi replica deciso: “Condanna? Nemmeno per sogno”. Poi ha parlato anche del caso Ruby dicendo: l’ho pagata perché non si prostituisse.

Silvio Berlusconi ha detto anche che non sa ancora se renderà dichiarazioni spontanee al processo Mediaset. Alle domande dei cronisti se avesse intenzioni di rendere dichiarazioni spontanee ha risposto: ”Non so, non credo. Dipenderà se ne dicono talmente grandi…”, riferendosi a quanto accadrà in dibattimento e lasciando intendere che decideranno i suoi difensori.

Così a distanza di due settimane il premier ritorna al palazzo di giustizia milanese. Lo scorso 28 marzo, dopo un’assenza di otto anni, aveva seguito l’udienza preliminare per la vicenda Mediatrade e oggi 11 Aprile, è tornato a varcare la soglia del palazzo di Giustizia milanese.

Per l’occasione l’aula della prima Corte d’Assise d’Appello, la più grande di tutto il Tribunale, già da sabato è stata allestita come mercoledì scorso per il Rubygate: sono stati risistemati i teloni bianchi per ”nascondere” le gabbie per i detenuti, è stata cambiata la disposizione dei banchi e delle panche creando un’apposita area per la stampa, e fuori, nel grande atrio al primo piano, sono riapparse le transenne.

Sono stati ‘costruiti’ percorsi obbligati per magistrati e avvocati con i loro assistiti (in questo caso, se verrà, anche per il premier), per il pubblico e i supporter del presidente del Consiglio e per i giornalisti ammessi. Infatti, ancora una volta, la Procura Generale, per motivi di sicurezza, ha vietato l’ingresso nel palazzo delle telecamere e dei fotografi. Sono consentite, invece, le registrazioni audio.

I supporter all’esterno. Il vero spettacolo è però all’esterno del Tribunale. Si aspettano, secondo il ‘Corriere della sera’, duemila persone, tutte per il permier. Con pullman provenienti da tutte le province lombarde. Ad organizzare la manifestazione davanti al palazzo di Giustizia questa volta non è stata solo Daniela Santanché ma il Pdl tutto (con il prima fila i coordinatori Dennis Verdini e Ignazio La Russa), a cui si affiancano i Promotori della Libertà del ministro Michela Vittoria Brambilla, i seniores e i ragazzi della Giovane Italia.

Una mobilitazione a tutto campo promossa soprattutto via e-mail e col passa parola. Dal coordinamento regionale lombardo guidato dal senatore Mario Mantovani sono partite decine di email a tutti i coordinamenti provinciali con l’invito a partecipare alla sfilata anti-pm. I Promotori attaccano: “Si tratta di una persecuzione giudiziaria senza precedenti… Dobbiamo impegnarci per far conoscere a tutti la verità sui processi in corso. Ecco perché abbiamo deciso di mobilitarci”.

D’altronde davanti all’entrata di via Freguglia, a Palazzo di Giustizia di Milano, in attesa dell’arrivo di Silvio Berlusconi dalle prime ore della mattina alcuni operai hanno allestito un palco, poi in seguito smontato, e hanno gonfiato dei grossi palloni di colore azzurro con la scritta ‘Silvio resisti!’. Una frase che, forse, vuole ricordare il triplice ‘resistere’ affermato dall’ex procuratore generale di Milano, Francesco Saverio Borrelli, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario del 2002.

L’arrivo del corteo di Silvio Berlusconi è stato poi accolto da urla di incitamento da parte di circa 200 sostenitori del premier che innalzano striscioni e bandiere e che sono stati sistemati al di là delle transenne a poche decine di metri dall’entrata del palazzo di Giustizia di via Freguglia a Milano. I sostenitori di Berlusconi hanno apostrofato al grido di ‘Fannulloni, fannulloni’ e ‘Andate a lavorare’ due impiegati del tribunale che si erano affacciati dalla finestra al primo piano del Palazzo di Giustizia.

”Boccassini dicci come mai i veri criminali non li processi mai”. ”Boccassini sei una guardona”. Sono due tra gli slogan scanditi dai sostenitori del premier Silvio Berlusconi. I sostenitori del premier, circa 200, intonano anche ”chi non salta comunista è”. Ed ancora ”comunisti di m..”.

Dagli altoparlanti sistemati davanti all’ingresso del Palazzo di Giustizia di Milano, intanto, escono le note di ‘Meno male che Silvio c’ è’. L’inno a Berlusconi viene intonato dai circa 200 sostenitori del premier muniti di bandiere del Popolo delle libertà e tricolori. Numerose anche le bandiere della Copagri, mentre più defilato c’è un vessillo del Sole delle Alpi. La musica ad alto volume si sente distintamente anche all’interno del Palazzo di Giustizia.

Tra i manifestanti il senatore Mario Mantovani, coordinatore lombardo del Pdl, che al microfono sta ringraziando le persone che sono giunte davanti all’ingresso del tribunale. ”Siete accorsi davvero numerosi – ha detto Mantovani – a sostenere il presidente Berlusconi. Questa mattina Berlusconi avrebbe dovuto recarsi a Palazzo Chigi. C’e’ il problema dell’ immigrazione. L’Europa che ci ha lasciato soli. Ebbene, nonostante tutti questi problemi Berlusconi e’ qui questa mattina per sottoporsi a un ennesimo processo che gli viene comminato da certa magistratura. Sono convinto che i bisogni del paese siano diversi e mai avrei pensato nella mia storia politica ad essere qui davanti a un tribunale a difendere la libertà”.

Davanti al Palazzo di Giustizia anche oppositori. Un gruppo di contestatori di Silvio Berlusconi, capitanati dal blogger Piero Ricca, famoso per aver detto al premier Silvio Berlusconi ”buffone” si è riunito davanti all’ingresso principale del Palazzo di Giustizia di Milano in coro di Porta Vittoria. I manifestanti hanno esposto uno striscione con la scritta ”Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legga, basta leggi ad personam”. Il gruppo, costituito da alcune decine di persone, si è tenuto ben distante dai sostenitori di Silvio Berlusconi.

I testimoni. I lavori in Aula, come avevano stabilito i giudici della prima sezione penale durante la scorsa udienza, proseguiranno con l’esame dei testimoni. La prima testimone sentita è Paola Massia, ex collaboratrice dell’imprenditore cinematografico Frank Agrama, anch’egli imputato nel processo.

”Berlusconi e Agrama si conoscevano personalmente. Lo so, perché li ho visti”, ha dichiarato in aula Paola Massia. La testimone ha affermato che Agrama e Berlusconi si conoscevano personalmente rispondendo a una domanda del pm Fabio De Pasquale. Paola Massia, durante l’esame del pm, ha inoltre spiegato di aver lavorato con Agrama fino all’86 e per qualche mese dell’87, dichiarando di aver ”venduto prodotti anche a Rete Italia” e che trattava con Carlo Bernasconi, manager del gruppo, morto qualche anno fa.

La donna ha inoltre spiegato che nelle trattative Bernasconi ”chiedeva e parlava con una persona”. E quando il magistrato l’ha interpellata su chi era questa persona, la risposta e’ stata: ”Berlusconi”. Poco prima l’avvocato Roberto Pisano, legale di Agrama, le aveva chiesto se il produttore era, come sostiene l’accusa, ”il socio occulto” del premier. La donna ha risposto: ”Fino a quando sono stata li’ non mi risulta”.

Poi verranno sentiti un avvocato civilista che ha seguito, per conto del produttore Usa, i profili contrattuali legati alla compravendita dei diritti tv, specie con la Rai e una persona che ha acquistato diritti cinematografici dal produttore di Los Angeles per i cinema in Italia. La deposizione dei tre testi ha l’obiettivo di tentare di smontare l’ipotesi accusatoria e dimostrare al collegio che Agrama è stato imprenditore nel settore e che si è avvalso di uno staff di 80/100 persone.

Ciò si inquadra nella tesi difensiva secondo cui il produttore ha svolto effettivamente il lavoro di intermediario in via ”autonoma” e che, non solo sarebbe stata una prassi delle varie major usare intermediari, ma anche rivendere i diritti senza limitazione di prezzo ma secondo le regole della domanda e dell’offerta. In base alla ricostruzione dei pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, Agrama sarebbe stato, invece, intermediario ”fittizio” e si sarebbe limitato ad intervenire nelle operazioni di compravendita utilizzando un sistema di frode per ”gonfiare” i prezzi per poi ripartire il denaro con Berlusconi di cui sarebbe stato ”socio occulto”.

L’udienza di oggi 11 Aprile, comunque, salvo la decisione ‘fuori programma’ del premier di rendere dichiarazioni spontanee, non dovrebbe durare a lungo per via delle defezioni di altri testimoni citati. Il processo dovrebbe essere aggiornato al 18 aprile.