lunedì 14 marzo 2011

Giappone e Italia, centrali nucleari in un paese sismico

Quello che è accaduto e che sta accadendo in queste ore in Giappone inevitabilmente ci porta a delle ulteriori riflessioni, oltre a quelle fatte da tanti anni a questa parte, sul nucleare in un paese sismico, come il Giappone, ma anche come il nostro.

Quali analogie? Quali differenze? Partiamo con le analogie. Faglie sismogenetiche sia da loro che da noi, fasce vulcaniche sia da loro che da noi. Fasce vulcaniche e faglie ancora “quiescenti” o non visibili da loro che da noi.

E ancora, vulcani “quiescenti” ma in verità attivi sia da loro che da noi, perché la loro storia riporta, man mano che la ricerca avanza, episodi recenti di “unrest activity”.

Loro e noi ugualmente ai primi posti al mondo come numero di pubblicazioni sull’argomento ed un know how unico, che a loro aveva permesso nonostante quella geodinamica di costruirne cinquanta di centrali nucleari.

E da quando hanno iniziato a farlo, nella maniera migliore con un “Sistema Paese” incommensurabile rispetto al nostro, e già qui stiamo parlando delle differenze tra noi e loro, hanno subito molti terremoti.

Altra differenza, loro dispongono già di una cinquantina di centrali nucleari attive, quasi tutte di cosiddetta seconda generazione, in un paese densamente popolato, sismico e vulcanico, dimostrandoci fino ad oggi per 40 anni, che si può fare, e noi neanche una centrale nucleare, attaccati a 4 bocchettoni come fossero polmoni, da Libia, Algeria, Russia e Mare del Nord e con pochi stoccaggi per renderci autonomi per almeno un mese di vita.

Eravamo stati i primi in Europa, con Latina, a costruire una centrale nucleare, ma poi non abbiamo retto perché non ha retto il Sistema Paese, collassato con il craxismo, tangentopoli, il populismo dei politici dei giornali e delle tv, la chiusura dei laboratori, la chiusura dei dipartimenti di ingegneria nucleare che potevano farci arrivare prima alla quarta generazione.

Anche abbandonando il nucleare, non dovevamo abbandonarne la ricerca.

dati pubbliche per vederlo.

Aprendole e studiandole, invece, si capirebbe subito che in Italia le centrali nucleari si possono fare, ma prendendo in seria considerazione quello che la ricerca sismologica italiana ha prodotto negli ultimi anni.

Invece la ricerca italiana a luglio è stata tagliata e siamo rimasti con 500 precari trentacinquenni-quarantenni, che hanno certosinamente costruito quelle banche dati.

Ora si riapre tutta la riflessione e l’attività congiunta tra grandi impianti nucleari e loro siting geologico: una sfida possibile, ma senza mezzi termini, senza scorciatoie con l’esatta e razionale cognizione di causa che una centrale nucleare è esplosa poche ore fa, a seguito del maggiore terremoto di magnitudo 8.8 del secolo in quel paese.

domenica 13 marzo 2011

Funziona come un bollitore, ma è una centrale nucleare. Ecco cosa può accadere a Fukushima


La peggiore delle ipotesi? Fusione del nocciolo con esplosione del reattore. In questo caso la fuoriuscita di materiale radioattivo sarebbe inevitabile e massiccia. Un'ipotesi teorica, mai accaduta nella storia del nucleare civile. Nell'incidente di Three Mile Island, nel 1979, si arrivò alla fusione del nocciolo. Ma senza danni, perché il reattore rimase perfettamente integro. Dalla centrale non uscì nulla e tutto il materiale sta ancora chiuso lì dentro, annegato in un sarcofago di cemento. A Cernobyl non si arrivò mai alla fusione del nocciolo, ma ci fu un'esplosione da cui fuoriuscì una parte del combustibile radioattivo. Le conseguenze furono molto più gravi, come sappiamo.
Nel caso di Fukushima Daiichi, non sappiamo ancora con certezza come stiano le cose. L'agenzia di sicurezza nucleare giapponese sostiene che le quattro centrali più vicine all'epicentro del terremoto sono state subito spente e nega la fusione del nocciolo nell'unità numero 1 della centrale di Fukushima. L'esplosione, dovuta a un problema al sistema di raffreddamento, dovrebbe avere intaccato solo le pareti esterne della centrale, non il reattore. Ma la fuoriuscita di cesio indica che c'è stata una fusione di combustibile, anche se probabilmente non del nocciolo. E quindi resta un'incongruenza fra quanto dichiarato e l'evidenza dei fatti.

Nella peggiore delle ipotesi, il nocciolo si scioglie completamente e buca il fondo della camera interna, cadendo sul pavimento della camera di contenimento, un altro contenitore sigillato. Questo è progettato apposta per evitare che il contenuto del reattore penetri all'esterno. Il danno a questo secondo contenitore può essere anche grave, ma in linea di principio dovrebbe poter evitare una fuga radioattiva nell'ambiente circostante.La centrale è un bestione composto da 8 unità per quasi 5 gigawatt di potenza: potrebbe soddisfare da sola un decimo del fabbisogno italiano di energia elettrica e rappresenta un quarto della produzione di energia nucleare in Giappone. Costruita nel '66, la centrale utilizza dei reattori Bwr (Boiling Water Reactor) costruiti da General Electric, Toshiba e Hitachi. Il nocciolo di un reattore Bwr può essere immaginato come la resistenza elettrica che scalda l'acqua in un comune bollitore da cucina: è immerso nell'acqua e diventa molto caldo. L'acqua lo raffredda e allo stesso tempo trasporta via il calore, di solito sotto forma di vapore, per far girare delle turbine che generano elettricità. Se l'acqua smette di fluire, abbiamo un problema. Il nocciolo si surriscalda e sempre più acqua si trasforma in vapore. Il vapore causa una forte pressione nella camera interna del reattore, un contenitore sigillato. Se il nocciolo - composto principalmente di metallo - diventa troppo caldo, tande a sciogliersi e alcune componenti possono infiammarsi.
L'espressione "in linea di principio", però, è sempre relativa. I reattori sono progettati per avere diversi livelli di sicurezza, in modo da far scattare un'altra procedura se la prima fallisce. Ma quel che è successo a Fukushima dimostra che non sempre si riesce a mantenere il controllo del sistema. Il terremoto ha fatto spegnere automaticamente i reattori in funzione, ma ha anche tolto la corrente alle pompe che facevano fluire l'acqua di raffreddamento del nocciolo. I generatori diesel si sono attivati per ovviare al blackout, ma sono partiti con un'ora di ritardo rispetto all'interruzione di corrente, non si sa perché. Questo ha scatenato il surriscaldamento del reattore.
Nel caso di Three Mile Island, non si è arrivati alle estreme conseguenze, perché la camera di contenimento ha tenuto. A Cernobyl, un reattore considerato inaccettabile in base agli standard occidentali proprio per la mancanza di sistemi multipli di sicurezza, la fuoriuscita di materiale radioattivo avvenne a causa dell'esplosione, che scagliò in aria il combustibile nucleare, non in seguito a una fusione.
Nel caso di Fukushima Daiichi, il monitoraggio dell'International Atomic Energy Agency (il braccio di sicurezza nucleare delle Nazioni Unite) ci dice che il reattore è stato spento subito. Ma il riscaldamento continua attraverso la reazione nucleare, che ci mette molto tempo prima di esaurirsi. Non possiamo sapere se la drammatica esplosione cui abbiamo assistito attraverso le riprese televisive abbia davvero intaccato solo le pareti esterne della centrale. L'unica fuoriuscita radioattiva di cui siamo a conoscenza è derivata dalla necessità di sfiatare la pressione che si era creata nella camera di contenimento.
Questa manovra, resasi necessaria per contenere il surriscaldamento, dovrebbe far uscire solo isotopi radioattivi che decadono rapidamente, prodotti dall'acqua di raffreddamento. Resta da spiegare la presenza di isotopi di cesio. Questi sono prodotti dalla reazione nucleare del nocciolo e dovrebbero restare confinati all'interno del reattore. Se sono stati registrati all'esterno della centrale, vuol dire che il nocciolo ha cominciato a disintegrarsi. 

Ultimatum di Scajola a Berlusconi: il posto di Bondi nel Pdl o lancio un nuovo gruppo parlamentare


Se non è un ultimatum poco ci manca, e arriva da uno dei fedelissimi del premier, l'ex ministro Claudio Scajola, pronto ad avviare una scissione interna al Pdl se non otterrà, sono parole dei suoi uomini, «il giusto riconoscimento politico». Che, fuor di metafora, significa soprattutto un ruolo di prestigio in quel partito che lui ha contribuito a far nascere. Nel suo entourage la mettono giù così. «Claudio vorrebbe prendere il posto di Sandro Bondi come coordinatore del Pdl, ma insomma il presidente Berlusconi saprà trovare il modo di valorizzarlo».
Il nodo rimpasto preoccupa il Cavaliere
Insomma, la richiesta è chiara e Scajola si ritroverà così faccia a faccia con il premier già alle prese con il nodo rimpasto. Annunciato più volte e ora rinviato sia per le perplessità della Lega (che chiede poltrone dopo aver rinunciato a piazzare uno dei suoi all'Agricoltura) sia per le difficoltà legate a uno dei nomi del riassetto: l'ex Udc Saverio Romano, destinato a subentrare a Galan e la cui nomina pare aver sollevato più di qualche dubbio al Quirinale (guarda il ritratto). Per non dire poi dei mal di pancia nel partito del Cavaliere, preoccupato di rimanere fuori da un nuovo allargamento della squadra dell'esecutivo (per ora l'unico nome è quello di Anna Maria Bernini come viceministro dello Sviluppo, ma i berlusconiani aspirano anche a qualche sottosegretariato).
I gruppi dell'ex ministro pronti a nascere in Parlamento
I nodi, dunque, sono tanti e ad agitare ancor di più le acque in casa della maggioranza ci si mette ora anche l'ex ministro che ha già mostrato di poter contare su una discreta forza parlamentare (circa 60 tra deputati e senatori con cui ha creato poco tempo fa la fondazione Cristoforo Colombo). Ora, dunque, Scajola è pronto a battezzare nuovi gruppi all'inizio della prossima settimana «se non arriveranno convincenti risposte politiche». Alla Camera l'ex ministro ha già raccolto 22 firme, più che sufficienti per staccarsi dal Pdl, mentre al Senato per il momento sono 9 i parlamentari che si sono già detti disponibili a sostenere il suo progetto e altri due hanno manifestato interesse (dieci è il numero minimo per costituire un gruppo a Palazzo Madama).
Lo speciale rapporto tra il premier e Scajola
La macchina organizzativa è quindi in movimento e anche se è arrivata oggi la smentita diGregorio Fontana, uomo di Denis Verdini e indicato come uno degli artefici dell'operazione, Scajola è pronto a smarcarsi dal Cavaliere. Che, va detto, ha sempre nutrito per lui un affetto e una considerazione particolari nonostante gli incidenti che ne hanno segnato la carriera politica: prima le dimissioni da ministro dell'Interno nel 2002 per l'infelice commento sul giuslavorista Marco Biagiucciso dalle Br («è un rompicoglioni»,disse allora Scajola) e poi la vicenda dell'appartamento con vista sul Colosseo che l'ha costretto a un nuovo passo indietro nel maggio scorso.
Il progetto di La Russa: gruppi di ex An in Parlamento
Lui, però, ha sempre proclamato la sua innocenza e ora vuole tornare a pieno titolo nel Pdl accanto a La Russa e Verdini. Che guardano con sospetto al ritorno dell'ex ministro anche perché, diversamente da Bondi, ormai latitante al ministero ma anche al partito, Scajola è deciso a dare battaglia agli altri due. Senza contare che l'eventuale nascita di nuovi gruppi alla Camera e al Senato potrebbe innescare un effetto a catena. È noto, infatti, che anche la Russa coltiva da tempo l'idea di creare gruppi di ex An in Parlamento dopo l'uscita di Fini e dei suoi. Finora il progetto è rimasto nel cassetto, ma se Scajola riunirà gli ex azzurri non è da escludere che il ministro della Difesa lo segua a ruota.