domenica 23 dicembre 2012

Il colpo di stato di Mario Monti

Paolo Becchi

  Il governo Monti è destinato a «passare alla storia» più di quanto non lo sia il decennio berlusconiano appena trascorso. Ciò che, infatti, è avvenuto con il conferimento dell’incarico ad un tecnico di Bruxelles non è stato che un "coup d’état" deciso da «poteri forti» in parte estranei al nostro Paese e guidato dal presidente della Repubblica.

  Certo non un colpo «alla sudamericana», un golpe, con tanto di ingresso di fucili e militari nell’emiciclo del Parlamento. «Colpo di Stato», del resto, non indica di per sé un rivolgimento violento, quanto un’«esecuzione che precede la sentenza», come lo definì il libertinoNaudé, che coniò l’espressione a metà del Seicento.

  Cosa significa? E cosa è accaduto in Italia, in questi mesi? Semplicemente quello che tutti (o quasi) si ostinano a negare. È accaduto che, con una manovra di palazzo, è stata realizzata la transizione costituzionale dalla Seconda alla Terza repubblica, da un sistema politico bipolare ad un ridimensionamento del potere dell’Assemblea a favore del presidente della Repubblica, dal parlamentarismo ad un presidenzialismo ancora da definire nei suoi contorni istituzionali, ma di fatto già all’opera con questo «governo del presidente». Non vi è infatti alcun dubbio sul fatto che il capo dello Stato da «custode della Costituzione» si è trasformato in guida politica dello Stato.

  Si doveva, ovviamente, iniziare con l’eliminazione di Berlusconi, il quale - a dispetto delle apparenze - è stato in Italia colui che ha compiuto, e parimenti portato alla sua dissoluzione, il potere parlamentare: mai il nostro Parlamento era stato più potente e, nel contempo, più bloccato. Il rovesciamento di questo potere è cominciato con un tentativo di erosione dall’interno: Gianfranco Fini. Si è poi tentato con l’assalto alla vita privata del capo del Governo, ma anche questo si è rilevato insufficiente. Berlusconi è stato, infine, sconfitto, per una sorta di quelle ironie della storia che sono tutt’altro che infrequenti, sul reale campo dal quale dipendeva: gli affari. Si è puntato alla rovina del fondamento economico del suo potere, attaccando le sue aziende e l’intera economia del Paese con lo spread aumentato ad arte (lo spread è iniziato a salire dai primi giorni di luglio, 244. È poi ridisceso, senza mai tornare ai valori di luglio, ad agosto, 298. Poi non si è più fermato. Punto massimo, la seconda settimana di novembre, 553). 

  Berlusconi non ha reagito. Giulio Cesare lo avrebbe fatto se, come racconta Svetonio, ai giovani indebitati consigliava: «Per il vostro caso il rimedio è la guerra civile». Ma, se in Cesare - come scrive ancora Svetonio - «c’erano molti Marii» (multos Marios inesse), in Berlusconi ce n’era solo uno, di Mario: Monti. 

  Monti sapeva benissimo che la sua entrata in campo poteva avere successo solo se lo spread continuava a salire: e infatti lo spread è salito. Ed il «colpo di Stato» è riuscito. Il potere parlamentare è stato portato al punto in cui si è rovesciato in modo indolore, con il suo stesso consenso. Si è così perfezionato il potere esecutivo, il quale è sorto in modo parassitario e antidemocratico come parassitario è, del resto, la base su cui poggia: l’aristocrazia finanziaria, la quale - a differenza della borghesia industriale - nelle sue forme di guadagno e nei suoi piaceri non è che «la riproduzione del sottoproletariato alla sommità della società borghese», come aveva genialmente intuito Carlo Marx. 

 Strane corrispondenze della storia, quando Marx descrive i poteri della Francia di Luigi Filippo, in cui «l’indebitamento dello Stato era l’interesse diretto della frazione della borghesia che governava e legiferava per mezzo delle Camere. Il disavanzo dello Stato era infatti il vero e proprio oggetto della sua speculazione. Dopo quattro o cinque anni un nuovo prestito offriva all’aristocrazia finanziaria una nuova occasione di truffare lo Stato che, mantenuto artificiosamente sull’orlo della bancarotta, era costretto a contrattare coi banchieri alle condizioni più sfavorevoli”.

  Certo, dobbiamo sostituire la parola «borghesia» (in Italia, del resto, c’è mai stata una borghesia?). Ma per il resto, dunque, niente di nuovo o quasi sotto il sole. Finora banchieri e finanzieri (Monti & Company) si erano limitati a governare indirettamente, nascondendosi dietro la maschera della rappresentanza dei politici, oggi hanno preso il posto ufficiale di questi ultimi: sono loro non più a ispirare, ma a governare.

  Bisognava però almeno salvare le apparenze. Con un atteggiamento tipico di tutti i «catilinari», la preoccupazione maggiore di Monti è stata quella di conquistare il potere con mezzi legali. In un’opera di Brecht, anche il capo di una banda di gangster comanda ai suoi seguaci: «Il lavoro dev’esse legale». A ben vedere, è tutto già spiegato nel pamphlet avanguardistico del 1931 di Curzio Malaparte, “Tecnica del Colpo di Stato”. Con la repentina nomina a senatore a vita (Paolo Emilio Taviani, nella Prima Repubblica, ci impiegò un anno e mezzo, il tecnico un paio di ore) Monti ha potuto, oltre che garantirsi l’immunità a vita, legittimarsi quale espressione, in qualche modo, della stessa Assemblea. Ed è così che il Parlamento diventa complice necessario del colpo di Stato: accetta il fatto compiuto, e lo legalizza formalmente. Come nella strategia bonapartista - cito ancora Malaparte - l’«obiettivo tattico» resta la conquista dello Stato attraverso il Parlamento, ossia attraverso la legalità (la farsa, a questo punto, del voto di fiducia, bulgaro, tipico dei regimi totalitari). Deve cadere un’ultima illusione: quella del presunto «stato di necessità» che avrebbe reso indispensabile questo colpo di Stato, come se si trattasse di una misura per la salus rei publicae (ndr: la salute della cosa pubblica). Come spiegava Malaparte, le circostanze favorevoli al colpo di Stato moderno non sono necessariamente di natura politica o sociale: nell’epoca della tecnica, il colpo di Stato è un problema eminentemente tecnico.

  Nel nostro caso, «tecnico» non significa di «tattica insurrezionale », ma che la riuscita di un colpo di Stato dipende dal coordinamento tecnico di decisioni prese al livello di quei poteri forti invisibili, impalpabili, ma onnipresenti, che ormai intervengono nella vita dei popoli quando e come vogliono. Nel momento in cui il potere politico si livella su quello finanziario, il colpo di Stato diventa sempre possibile, e a tal punto facile da realizzarsi che quasi nessuno se n’è reso conto(*).

n.b.: perché, se le cose le scrive un filosofo del diritto su un quotidiano vanno bene, mentre se le scrivo io, per Pigi Battista sul Corriere sono il più grande complottista del secolo? 

venerdì 21 dicembre 2012

Musica dietro le sbarre - micromega-online - micromega

I Sex Pistols, arrestati in massa per la loro performance beffarda nei confronti della Regina. Poi ancora le Pussy Riot, Patty Pravo, David Bowie e tanti altri racconti. Nel libro “Jailhouse rock. 100 musicisti dietro le sbarre” due attenti osservatori del carcere si focalizzano su un aspetto ai più sconosciuto. In un momento in cui nelle galere nostrane regna l’inciviltà.

di Giacomo Russo Spena
I numeri della vergogna. Oggi in carcere ci sono 67mila detenuti, solo 47mila i posti a disposizione. Celle da cinque metri quadri per tre persone. Condizioni igieniche pessime. Un tasso di sovraffollamento pari al 142,5 per cento (oltre 140 detenuti ogni 100 posti), mentre la media europea è del 99,6. Ad un mese dalla fine dell'anno, 93 sono i detenuti morti in carcere, di cui 50 per suicidio. E pensare che Voltaire misurava la civiltà di un Paese dalle sue carceri. L’Italia in tal senso è barbara e cieca.

Di fronte a tale emergenza non si riescono a prendere misure adeguate come l’abrogazione di quelle leggi causa del sovraffollamento: la Bossi-Fini sull’immigrazione, la Fini-Giovanardi sulle droghe e la ex-Cirielli sulla recidività in primis. Poco o niente ha risolto il ministro Severino. E intanto Marco Pannella è in fin di vita chiedendo l’amnistia e più in generale ponendo l’attenzione sul dramma carcerario. Proprio due persone dell’associazione Antigone che si battono contro la vergogna della patrie galere hanno focalizzato un aspetto specifico della prigione: ma davvero esistono anche cento musicisti che hanno varcato la soglia del carcere? Viene da chiederselo, leggendo il libro “Jailhouse rock. 100 musicisti dietro le sbarre”, di Patrizio Gonnella e Susanna Marietti (Arcana Editrice). 

“Non c’è mestiere più rischioso di quello del musicista”, si legge nel retro della copertina. E non solo dalla musica rock, l’ambiente trasgressivo per antonomasia del nostro mondo, provengono le storie qui raccolte. Anche il jazz, il blues, il country, il soul, la dance music e perfino la musica leggera hanno visto dietro le sbarre autorevoli rappresentanti. Uno spaccato, quindi, particolare e mai analizzato del carcere.

I due autori raccolgono cento storie tra le tantissime che potevano raccontare. La scelta incrocia vari e differenti fattori, così da riportare un panorama variegato di avvenimenti. Epoche musicali diverse e diversi Paesi, tipologie di reato variopinte, modalità di esecuzione della pena differenti. La tromba di Chet Baker lasciata a svernare nel carcere di Lucca, dove il grande jazzista la suonava nel chiuso della cella. “La sera, quando la città si faceva silenziosa, questa musica riempiva l’aria. Le persone andavano sotto le mura della prigione per ascoltarla. Ci fu addirittura un appassionato, proprietario di un negozio di musica da quelle parti, che si appostò con un mangianastri e registrò un bootleg”. L’attivista Joan Baez, arrestata durante una protesta contro la guerra in Vietnam, mentre tentava di impedire ai giovani di arruolarsi. È nella prigione dove fu rinchiusa che conobbe il suo futuro marito.

Ozzy Osbourne, cui la moglie aveva nascosto i vestiti per impedirgli di uscire a comprare alcol, che fu arrestato in abito da donna mentre faceva la pipì sul monumento nazionale texano per eccellenza, l’Alamo. Il grande musicista nigeriano Fela Kuti, padre dell’afrobeat e attivista contro il potere militare. I Sex Pistols, arrestati in massa per la loro performance beffarda nei confronti della regina. E ancora i tre Beatles su quattro che hanno conosciuto la galera, le Pussy Riot che la conoscono ancora oggi, Roberto Murolo che ha visto la carriera bloccata da un’accusa infondata di pedofilia, Patty Pravo che cantava le sue canzone per allietare le compagne di Rebibbia.

Fino ai drammatici episodi che hanno coinvolto i cantautori sudamericani nei tempi delle dittature. Il più drammatico, quello di Victor Jara imprigionato nello stadio di Santiago il giorno del golpe di Pinochet e lì dentro torturato a morte.
“Jailhouse rock” attraversa i decenni e i continenti, tra eventi tragici e accadimenti ironici. Le storie che racconta si tirano l’una con l’altra nella lettura, per la curiosità che insorge attorno ai grandi personaggi che hanno per protagonisti nel momento a volte canzonatorio e a volte troppo serio del loro incontro con la giustizia. Sullo sfondo di questi racconti, si legge la storia con la esse maiuscola, quella che ha attraversato il nostro mondo dal dopoguerra a oggi, fuori della musica e al suo interno, con le trasformazioni e il ruolo sociale che essa ha nel tempo acquisito, perso, trasformato.

Questo libro nasce da una trasmissione radiofonica che porta il medesimo titolo, in onda settimanalmente su Radio Popolare e giunta ormai alla sua terza stagione. Una trasmissione musicale, ma anche una trasmissione attenta a quel che accade dietro le sbarre. E non soltanto alle rockstar. Patrizio Gonnella e Susanna Marietti sono da molto tempo impegnati con l’associazione Antigone nella tutela dei diritti umani all’interno delle carceri. Alla trasmissione collaborano due redazioni di detenuti che lavorano dentro Roma Rebibbia e Milano Bollate. Ogni settimana realizzano un giornale radio dal carcere (Grc) in onda all’interno di “Jailhouse rock”. Da Bollate, inoltre, una band di detenuti esegue in ciascuna puntata una cover dell’artista di volta in volta trattato. Una collaborazione virtuosa, che in una trasmissione allegra e musicale è riuscita a dare voce a chi di solito si usa far stare in silenzio.

Monti, Berlusconi e la società senza stato - micromega-online - micromega

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